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Che domande sono? Perché, il teorema di Pitagora non è di Pitagora?

Chiariamo. Pitagora è ritenuto sin dall’antichità lo scopritore del teorema che porta il suo nome:

Si dice, addirittura, che dopo la scoperta fece un sacrificio di cento tori (un’ecatombe) alle Muse. Notizia su cui già Cicerone dubitava fortemente, visto che Pitagora era vegetariano perché contrario all’uccisione di animali. Forse si trattava di un toro di pasta, come riporta un’altra tradizione.

In ogni caso, altri scrittori dell’antichità ci hanno tramandato che Pitagora aveva appreso i teoremi matematici e geometrici dagli Egiziani, certo però aggiungendovi molto di suo.

E il noto teorema? Appreso anch’esso dagli Egiziani?

Come ci racconta, e bene, lo storico della scienza André Pichot nel suo libro La nascita della scienza (trad. it. Dedalo, Bari 1993 – leggibile parzialmente qui), il teorema era già noto molto prima presso i Babilonesi. In una tavoletta d’argilla scoperta a Susa, in Mesopotamia, e datata al 1300 a.C., troviamo già l’applicazione corretta del teorema, mentre in tavolette più antiche quest’applicazione risulta ancora approssimativa. Nella tavoletta di Susa si fa ricorso al teorema per risolvere il seguente problema:

Ricavare la misura dei due lati di un rettangolo sapendo che il lato più corto misura 1/4 in meno del lato più lungo e conoscendo la misura della diagonale.

Il modo in cui nella tavoletta si arriva alla soluzione è illustrato nel sito Maat.it oppure si possono leggere direttamente le pagine di Pichot in un articolo di Roberto Renzetti dal titolo Alcune questioni di matematica nell’antichità preclassica, leggibile nel suo sito fisicamente.net.

Che cosa si deve a Pitagora, allora, se non è sua la scoperta del teorema? Intanto, per quel che ne sappiamo, a Babilonia del teorema non era stata data formulazione; in secondo luogo, su un piano più generale, possiamo concordare con quanto sostiene il grecista Christoph Riedweg nella sua monografia sul filosofo (leggibile parzialmente qui):

Una cosa perlomeno sembra chiara: perfino una teoria speculativa dei numeri con certi tratti mitici come quella tramandata su Pitagora e sull’antico Pitagorismo rappresenta un tentativo decisivo di strutturare la realtà in modo comprensivo e di ricondurla entro un sistema di classificazione. […] Considerata sotto questa luce l’affermazione generica di Aristotele […] è giustificata: i Pitagorici sono stati i primi a occuparsi dei mathemata – ossia dell’aritmetica, della geometria, dell’astronomia, e della musica – e ad averli “fatti progredire”. [C. Riedweg, Pitagora: vita, dottrina e influenza, trad. it., Vita e Pensiero, Milano 2007, p. 155.]

 

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