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Simone Martini, Maestà (1315, Siena, Palazzo Pubblico)

Una celebre espressione dantesca (Pg. X, 95) può fare da guida ad alcune considerazioni sul rapporto testo-immagine nella pittura due-trecentesca. Come, tra gli altri, Hans Belting ha messo in luce, nella cultura dell’epoca vedere e leggere sono così strettamente legati che immagine e testo possono essere concepiti come «media complementari». Le illustrazioni dei libri fungevano da «glosse visive» dei testi, così come le iscrizioni delle pitture avevano il ruolo di «glosse verbali». Anche in dipendenza del fatto che spesso le immagini trattavano temi nuovi, per i quali non vi era, quindi, alcuna tradizione figurativa a cui appellarsi, le iscrizioni assolvevano il compito di una «guida alla lettura». [Cit. tratte da H. Belting, Das Bild als Text. Wandmalerei und Literatur im Zeitalter Dantes, in Id. – D. Blume (Hrsg.), Malerei und Stadtkultur in der Dantezeit, Hirmer, München 1989, pp. 23-64, pp. 34 e 35].

Per questo motivo, risulta errato o comunque depauperante, per l’interpretazione complessiva, considerare l’immagine senza le iscrizioni presenti in essa. Un esempio significativo è la Maestà di Simone Martini del Palazzo Pubblico di Siena, la cui lettura non può che essere parziale se la si circoscrive agli elementi visivi, per di più privandola della cornice, senza prendere in esame le diverse scritte che vi si trovano. Come scrive Furio Brugnolo, la Maestà è un’opera in cui «tutto è accuratamente programmato, nulla è lasciato al caso». I suoi intenti politici e, appunto, programmatici, si esplicano in modo quasi didattico – è ancora Belting a notarlo – grazie anche alle iscrizioni presenti, nel cartiglio che il bambino Gesù reca in mano (che riporta l’incipit del Libro della Sapienza, «Diligite Iustitiam qui iudicatis terram») e nei versi in volgare che corrono sul gradino del trono e sul bordo interno della cornice (in cui è la Madonna stessa che parla). Senza le iscrizioni non si comprenderebbe il significato allegorico, in base al quale la Madonna, raffigurata con gli attributi regali, è sentita come l’autentica sovrana di Siena, che instaura un legame diretto con l’attività consultiva e deliberativa dei rappresentanti del comune senese. [Cit. tratta da F. Brugnolo, “Voi che guardate…”. Divagazioni sulla poesia per pittura del Trecento, in C. Ciociola (cur.), «Visibile parlare». Le scritture esposte nei volgari italiani dal Medioevo al Rinascimento, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Cassino 1992), Esi, Napoli 1997, pp. 305-339, qui p. 330. Cfr. poi H. Belting, Das Werk im Kontext, in Id. u.a. (Hrsg.), Kunstgeschichte. Eine Einführung, Reimer, Berlin 2003 (1986¹), pp. 229-246; e M. Pierini, La Maestà di Simone Martini, in «Minuti Menarini», n. 298, 2001].

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