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Brian O’Doherty, citando Therese Schwartz, ci ricorda un’opera(zione) d’arte di fine anni Sessanta – primi anni Settanta andata dimenticata:

Negli Stati Uniti i gesti anarchici non funzionano, perché tendono a contestare l’ottimismo ufficiale generato dalla speranza. Operazioni al di sotto della soglia della buona forma e dello stile accettabile tendono a essere dimenticati. Penso a Tosun Bayrak e alla sua «automobile bianca, sporca e ammaccata, ferma in Riverside Drive, a New York, piena zeppa di […] budella di animali […] la testa di un toro che spuntava dal parabrezza […] abbandonata […] fino a quando il puzzo non ha invaso tutto il quartiere» (Therese Schwartz)

[B. O’Doherty, Inside the White Cube, tr. it., Johan & Levi, Milano 2012, p. 78].

Ben altro rilievo ha avuto invece la testa bovina collocata dentro la teca di A Thousand Years da Damien Hirst nel 1990. Così l’opera viene commentata da Brian Dillon:

An alarming tension arises between the conceptual or allegorical import of the piece and the undeniably disgusting nature of the process taking place. A Thousand Years is a grand if not deliberately grandiloquent (and certainly comic: a type of very slow slapstick) reminder of what is literally intended by such phrases as ‘the cycle of life’ or ‘the order of nature’ – structures or processes in which death, putrescence and new life enter into a compelling and hideous relay.

[B. Dillon, Ugly Feelings, in Damien Hirst, catalogo dell’esposizione (Londra 2012), Tate Publishing, London 2012, pp. 21-29: 26.]

Damien Hirst, A Thousand Years (1990)

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