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I libri di Morelli hanno un aspetto piuttosto insolito se paragonati a quelli degli altri storici dell’arte. Essi sono cosparsi di illustrazioni di dita e di orecchie, accurati registri di quelle caratteristiche minuzie che tradiscono la presenza di un dato artista, come un criminale viene tradito dalle sue impronte digitali […]. Qualsiasi museo d’arte studiato da Morelli acquista subito l’aspetto di un museo criminale.

Edgar Wind, Critica del conoscitore, in Arte e anarchia (1963), Adelphi, Milano 1997, pp. 53–74: 63.

Il suo carattere scientifico è innegabile ma, d’altra parte, sembra seguire un metodo parallelo a quello messo in scena nelle indagini poliziesche di Sir Arthur Conan Doyle. Lo specialista dell’attribuzione di Morelli riconosce la mano dell’artista grazie a un dettaglio insignificante agli occhi della maggior parte delle persone e forse anche a quelli del pittore stesso, nell’identico modo in cui l’eroe di Conan Doyle identifica un personaggio attraverso indizi impercettibili per il suo amico Watson e anche per colui che li ha lasciati. Per lo specialista in attribuzioni e per il detective vale la stessa regola: il dettaglio visibile, l’elemento che attira l’occhio è il meno sicuro; bisogna scoprire indizi ben nascosti, che conducono inevitabilmente al protagonista.

Enrico Castelnuovo, voce Attribution, in Encyclopaedia universalis, II, Paris 1980², pp. 780–783, tr. it. in Redazionale, Sull’attribuzione: la storia di Castelnuovo, in «Storie dellarte.com», 4/8/2012.

Egli era giunto a questo risultato prescindendo dall’impressione generale e dai tratti fondamentali del dipinto, sottolineando invece l’importanza caratteristica di dettagli secondari, di particolari insignificanti come la conformazione delle unghie, dei lobi auricolari, dell’aureola e di altri elementi che passano di solito inosservati e che il copista trascura di imitare, mentre invece ogni artista li esegue in maniera che lo contraddistingue. […] Io credo che il suo metodo sia strettamente apparentato con la tecnica della psicoanalisi medica. Anche questa è avvezza a penetrare cose segrete e nascoste in base a elementi poco apprezzati o inavvertiti, ai detriti o “rifiuti” della nostra osservazione.

Sigmund FreudIl Mosè di Michelangelo (1913), tr. it. in Opere, VII, 1912-1914. Totem e tabù e altri scritti, Boringhieri, Torino 1975, pp. 293-328: 311.

In tal modo Morelli scoperse, e scrupolosamente catalogò, la forma di orecchio propria di Botticelli, quella di Cosmé Tura e così via: tratti presenti negli originali ma non nelle copie. Con questo metodo propose decine e decine di nuove attribuzioni in alcuni dei principali musei d’Europa. Spesso si trattava di attribuzioni sensazionali: in una Venere sdraiata conservata nella galleria di Dresda, che passava per una copia di mano del Sassoferrato di un dipinto perduto di Tiziano, Morelli identificò una delle pochissime opere sicuramente autografe di Giorgione. Nonostante questi risultati, il metodo di Morelli fu molto criticato, forse anche per la sicurezza quasi arrogante con cui veniva proposto. Successivamente fu giudicato meccanico, grossolanamente positivistico, e cadde in discredito. (È possibile, d’altra parte, che molti studiosi che ne parlavano con sufficienza continuassero a servirsene tacitamente per le loro attribuzioni).

Carlo Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in Aldo Gargani (cur.), Crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto tra sapere e attività umane, Einaudi, Torino 1979, pp. 57-106: 60-61.

Giorgione, Venere dormiente (15), Dresda, Gemäldegalerie.

Giorgione, Venere dormiente (1510 ca.), Dresda, Gemäldegalerie.

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