Quale significato ha fare poesia dopo Auschwitz? Ogni discussione sul tema non può non partire dal monito, netto e apparentemente inappellabile, pronunciato negli anni ‘50 dal filosofo tedesco Theodor W. Adorno:
La critica della cultura si trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie. [Prismi, 1955]
Come Adorno ha ammesso in un secondo momento, forse questo monito non è così assoluto. Dopo la Shoah, tuttavia, resta impossibile «immaginare un’arte serena» [T.W. Adorno, Dialettica Negativa, 1966]. Di qui le difficoltà, anzitutto con il dire poetico stesso, incontrate dai poeti che hanno vissuto la Shoah e si sono confrontati con essa, dal rumeno Paul Celan all’italiano Primo Levi.
Utilissimo e ricco di prospettive, in proposito, un intervento di Riccardo Bonavita contenuto nel sito storicamente.org, mentre chi vuole approfondire può rintracciare i testi di Adorno (in tedesco e in inglese) nel sito marcuse.org.
Se questi sono i problemi legati al dopo Auschwitz, che cosa ha significato, invece, fare poesia nei campi di concentramento, durante la detenzione? Vi era in primo luogo una difficoltà materiale. Come ricorda un deportato a Dachau, il francese Henri Pouzol,
Ogni parola scritta era vietata, e l’autore era sotto la minaccia del bunker o della morte [lettera del 12/2/1987].
Ma nonostante tutte le difficoltà e tutti i rischi, nei campi di concentramento si è fatta poesia. Si sentiva infatti un’urgenza, una necessità interiore, riassumibile con le parole di un altro deportato a Dachau, il francese Fabien Lacombe:
Nel dolore il verso della poesia è come un canto che libera e si spinge avanti fino al fondo della verità. [lettera del 13/7/1986].
Lettura consigliata a tal proposito è un libro che raccoglie poesie dei sopravvissuti e dei morti del campo di concentramento di Dachau, da cui sono stati tratti anche i due ultimi brani citati.
S’intitola Mein Schatten in Dachau (La mia ombra a Dachau) ed è uscito in Germania nel 1993. Può essere acquistato anche dal sito del campo di concentramento, oggi museo e Gedenkstätte (luogo della memoria). Esiste anche un’edizione italiana, pubblicata nel 1997 e ormai fuori commercio: è ancora rintracciabile nei remainder e in non moltissime biblioteche (cerca su Internetculturale.it).
Il titolo è tratto dalla poesia di un giovane deportato italiano, Nevio Vitelli, nato nel 1928 e morto nel 1948, tre anni dopo la liberazione, in seguito alle malattie contratte durante la detenzione.
La poesia, composta a 17 anni nel 1945, ha costituito il punto di partenza della raccolta che ha dato origine al libro: era stata custodita per molti anni da un altro italiano, Mirco Giuseppe Camia, a cui si devono non solo alcuni testi poetici presenti nella raccolta, ma anche la traduzione italiana (vedi l’articolo su Triangolo rosso, nel sito della Fondazione Memoria della Deportazione).
Tutte le poesie lette in classe provengono da questo libro. La presentazione vista e commentata insieme (poesie e immagini), potete scaricarla qui.

